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giovedì, 10 giugno 2004
categoria: citazionedaitesti

Da giovani le donne sono quasi tutte belle...

Poco importa che un viso sia proporzionato, che un corpo sia troppo magro o troppo pesante, c'è un momento in cui una donna è in possesso del potere della bellezza che ci è data in quanto donne. Spesso il momento è breve. A volte si presenta e noi neanche ce ne accorgiamo. Eppure ne resta traccia. Persino ora, alla mia tarda età, ne resta traccia.
[...]
(una madre parla alla propria figlia in uno straordinario racconto di John BERGER, Una volta in Europa, ed. Bollati Boringhieri). (scritto da stazitta)

il post integrale qui


commenti


"Mi piacerebbe che scrivessi le tue idee sul blog, dopo aver accettato l'invito, da cui puoi recedere in qualsiasi momento senza offesa alcuna."

"Mi piacerebbe che il lavoro si modifichi con il confronto con gli altri...
Le uniche idee attuali: recensioni di libri letti... informazioni essenziali,link e, se vuoi,aggiunte di giudizi di lettura "ruspanti".

"Mi piacerebbe il confronto, icommenti contrastanti,i consigli di una riga... senza paludamenti..."


Ogni lettura – scrive Pennac - è un atto di resistenza (…) a tutte le contingenze”: attraverso la lettura ci astraiamo dalla nostra quotidianità, dalle nostre miserie e dalle nostre gioie, ci solleviamo dal mondo, gli troviamo un senso, forse lo inventiamo perché “la lettura è un atto di creazione permanente” e, in fondo, è contro la morte che leggiamo!

I Diritti Imperscrittibili Del Lettore

1 - Il diritto di non leggere
2 - Il diritto di saltare le pagine
3 - Il diritto di non finire un libro
4 - Il diritto di rileggere
5 - Il diritto di leggere qualsiasi         cosa
6 - Il diritto di desiderare di
      evadere dalla routine
      quotidiana
7 - Il diritto di leggere ovunque
8 - Il diritto di spizzicare
9 - Il diritto di leggere a voce alta
10-Il diritto di tacere

(tratti dal saggio di Daniel Pennac Come un romanzo)






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AVVISO

Per motivi di ristrutturazione , preghiamo tutti coloro che leggono questo avviso di andare al nuovo indirizzo del multiblog: clicca sulla figura(I vecchi inviti a postare qui, vanno rinnovati per il nuovo blog)


Grazie.





Benvenuto!






gruppo di lettura --> stiamo leggendo insieme:
benni stefano achille pie veloce feltrinelli romanzo italiano

terzani,tiziano un altro giro di giostra longanesi saggio



venerdì, 18 giugno 2004

categoria: sullascrittura
 

[..]E’ vero, semmai, che uno scrittore scrive prima di tutto per sé, cercando di darsi, stiamo sul vago, ‘alcune risposte’. La Di Rocco parla di scrittura (“l’altra, quella seria” dice) centrata sull’affermazione della propria identità, intrattenendo il lettore nella ricerca comune di questo senso. Posso anche essere d’accordo. Susan Sontag diceva che “l’ego è un progetto” e come tale va realizzato. La scrittura è una delle forme di questo progetto.

Penso anche che un autore di un libro stampato che intende farsi leggere da un parco lettori congegni il proprio testo creando un mondo fatto e finito, dove tutto è o dovrebbe essere calibrato, revisionato, selezionato per centrare l’obiettivo e dire ciò che si vuole far arrivare. Nell’accingersi a questo lavoro di cesello l’autore ha in mente il suo lettore e – sempre secondo me – dovrebbe proporsi di essere sincero con se stesso e col lettore (non compiaciuto, non ruffiano), non necessariamente generoso, non necessariamente affettuoso ma, anzi, se è il caso, dandogli un pugno nello stomaco se ritiene di scuoterlo.

Altra cosa sono le impressioni, le idee, le emozioni che il libro suscita nei lettori, di volta in volta imprevedibili per l'autore che si è magari fatto un'idea di come dovrebbero essere i suoi lettori, salvo poi non riconoscerli affatto. Ma il mondo è bello perché è vario e fatto di lettori vari.
cigale

 


scritto da maqrolldeibattelli | 15:56 | commenti Torna sopra


giovedì, 17 giugno 2004

categoria: libricheholetto
 
Simone de Beauvoir"Una donna spezzata"
Tante storie,storie di donne,che non si toccano,ma s'incrociano su un piano ideale di
comunanza d'esperienze.
Donne più e meno giovani che rinunciando alla loro indipendenza per inseguire un uomo o la
famiglia,si ritrovano alla fine sole e incapaci di reagire.
Travolte da un mondo da cui si sono autoescluse per troppo tempo e che le ha lasciate indietro.
Donne ridotte a larve di loro stesse,che non si danno pace,che non sanno trovare una spiegazione a ciò che le stà capitando,
sostanzialmente perchè non vogliono.
Donne rinchiuse nella loro autoprodotta torre d'avorio,che non sanno più vivere nel mondo reale,che vivono in continua attesa di
un'azione risolutiva altrui.
Donne che hanno perso ogni desiderio di vivere e di combattere.
Tanta amarezza in questi racconti,tanta rabbia per una situazione femminile voluta dalle donne stesse incapaci di vivere la loro vita,quasi immeritevoli
agli ochhi della scrittrice.
Troppo dura forse nella critica,troppo femminista,ma fotografa comunque una situazione reale,grave,portatrice di profondo malessere.
Il tutto su una linea narrativa piacevole pura e semplice come tipico dell'autrice.













scritto da Minerva84 | 19:14 | commenti (2) Torna sopra


mercoledì, 16 giugno 2004

categoria: anticipazioni
 

Clandestine a Teheran per amore dei romanzi

Incontro con la scrittrice iraniana Azar Nafisi, autrice di un successo internazionale che in Italia sta per uscire dalla Adelphi con il titolo Leggere Lolita a Teheran. È insieme un testo di storia dell'Iran, un saggio di critica letteraria e una dichiarazione d'amore al potere della parola. Vi si raccontano due anni di seminari semiclandestini
MARIA TERESA CARBONE
Forse la chiave del successo internazionale, tanto imprevedibile quanto meritato, di un testo denso e complesso come Leggere Lolita a Teheran (in uscita in questi giorni per Adelphi, nella traduzione di Roberto Serrai) sta in una piccola frase che scivola via in fondo alla prima pagina del libro: «Ciò che cerchiamo nella letteratura non è la realtà, ma un'epifania della verità».

[..]Nell'originale inglese Leggere Lolita a Teheran viene definito un memoir, un testo autobiografico. Come dobbiamo misurare lo scarto tra questa dichiarazione e il fatto che lei stessa avverte, fin dall'inizio, come i personaggi e le vicende descritti nel libro differiscano, almeno in parte, da quelli reali?

Quello che mi interessava non era tanto parlare di me stessa, quanto raccontare una passione, dire quanto i libri siano stati importanti nella mia vita, come siano stati in grado di salvare sia me che altri in situazioni di estrema difficoltà. D'altra parte, la passione che sta alla base del testo non investe solo la letteratura. Ha come oggetto anche il mio paese, un Iran che sentivo abbandonato, tradito. Nel lungo periodo in cui sono stata lontana, quando ero una ragazzina, avevo la sensazione di avere perduto il mio paese, di tenerlo vivo solo nei miei ricordi. Per questo, nel libro ho cercato anche di ritrovare quel sentimento che aveva la forza del primo amore, di recuperare quel paese dal quale venivo e che sentivo brutalizzato.

I quattro autori che scandiscono i capitoli del suo libro - Nabokov, Fitzgerald, Henry James e Jane Austen - appartengono al canone occidentale. È una scelta dovuta solo alla sua formazione, o dipende anche da altro?

Quando negli anni `80 tornai in Iran dopo molto tempo trascorso all'estero, sentii che l'unico modo per comunicare con le persone del mio paese sarebbe passato attraverso i libri che amavo. A fronte di un regime che liquidava tutto ciò che proveniva dall'occidente come imperialista e sfruttatore, era importante, per me, restituire una prospettiva diversa e più ampia. Al tempo stesso, quando andai a vivere negli Stati Uniti, mi resi conto che ci si aspettavano da me racconti derivati dalla mia esperienza personale; ma l'immaginazione non può limitarsi ai confini del proprio sé, necessita di aperture verso gli altri. Così, per questa combinazione di fattori, sia pure con grande rammarico ho dovuto scartare testi per me molto importanti: autori che vanno dai classici persiani a Calvino o Svevo. Ogni capitolo del mio libro riflette dunque qualcosa della condizione in cui mi trovavo: quello dedicato a Nabokov parla dell'esilio e del ruolo dell'immaginazione in un regime totalitario; Fitzgerald, attraverso il personaggio di Gatsby, mi ha aiutato a descrivere l'importanza del sogno; mentre il James di Daisy Miller ruota intorno all'idea di ambiguità. E, infine, il testo di Jane Austen ha a che fare con il problema della scelta.

Più volte nel suo libro ricorre il concetto secondo cui la colpa più grande di cui si può macchiare un personaggio è la sua ottusità, la sua mancanza di empatia...[..]

All'inizio del libro lei scrive di avere scelto per il suo seminario solo studentesse perché accettare allievi maschi sarebbe stato rischioso. È stata davvero solo questa la motivazione?

Effettivamente, per quel che riguarda la mia consapevolezza, ho scelto di invitare a casa mia solo ragazze perché un seminario misto sarebbe stato davvero troppo pericoloso. Ma se cerco di scavare un po' di più nei mie pensieri, forse ha giocato un ruolo non indifferente anche la certezza che con le ragazze sarei stata in grado di raggiungere una empatia più profonda. Uno tra i motivi per cui ho deciso di scrivere questo libro è legato al mio desiderio di rendere omaggio all'eroismo di queste ragazze, che sfidavano ogni giorno la prigione, e rischiavano di essere frustate, punite, per concedersi la possibilità di partecipare al nostro gruppo e esprimersi liberamente

articolo completo qui
















scritto da maqrolldeibattelli | 14:33 | commenti (4) Torna sopra


martedì, 15 giugno 2004

categoria: libricheholetto
 

Non ti muovere-Margaret Mazzantini

La parola chiave di questo libro è l’intensità.

Lo stile è intermedio, non è precisamente elevato, ma comunque si distingue dai molti romanzi sviluppati intorno ad espressioni particolarmente comuni grazie anche all’originalità delle immagini che l’autrice propone,a volte anche forti-sempre per creare quell’intensità di cui sopra.

Forse la meticolosa precisione con cui l’autrice scandaglia attraverso un’accurata opera d’introspezione l’io del narratore tradisce una sensibilità tipicamente femminile, bilanciata d’altra parte dalla brutale schiettezza più vicina al mondo maschile con cui i pensieri,anche i più terribili, vengono espressi.

“Non ti muovere” è la preghiera di un padre alla figlia in bilico fra la vita e la morte, rimasta gravemente ferita in seguito ad un incidente in motorino. Questa circostanza, che Timoteo è costretto ad affrontare nella più profonda solitudine (la moglie infatti è a Londra per lavoro) offre al protagonista l’occasione di riesumare in un lunghissimo monologo un passato drammatico, incentrato su una esasperata passione extra-coniugale nata per caso e conclusasi tragicamente.

Italia,la donna che quest’uomo possiede inizialmente con la violenza che poi sfocia in amore (sentimento riconosciuto come tale da Timoteo solo in extremis) in alcuni drammatici momenti, non rientra nella classica figura dell’amante giovane e bellissima. Non è particolarmente attraente, ma addirittura volgare ed i suoi abiti ed il suo comportamento lasciano trapelare la miseria e l’ignoranza a cui la vita l’ha abituata. Assuefatta ai soprusi, questa donna sembra accettare la violenza e lo squallore come compromesso inevitabile, e ciò è confermato dalla sua disarmante rassegnazione al non aspettarsi nulla dal prossimo.

Il protagonista, dopo la dolorosa conclusione di questa parentesi amorosa, ricaccia nel segreto della sua coscienza queste memorie, tornando con freddezza alla routine di chirurgo di successo,fino al giorno dell’incidente della figlia quindicenne, in cui la disperazione lo porta a spogliarsi da ogni veste per lasciar spazio ad una sincerità a tratti crudele.

La trasposizione cinematografica, seppur portata avanti “in casa” (il regista,Castellitto, è infatti marito della Mazzantini) non rende giustizia al romanzo proprio perché è arduo tradurre in immagini efficaci l’amaro viaggio di autoanalisi che dirige la narrazione.

link a precedenti recensioni

scritto da spoiltangel | 22:48 | commenti Torna sopra

categoria: bloggerscrittori
 

Due libri sui Blog

 

Sulla scia dell’interessante post di Cigale, vorrei segnalare tra le novità editoriali sul fenomeno "blog" anche altri due volumi tutti da scoprire: Diario di una blogger di Francesca Mazzuccato (Marsilio, € 10,00) e Blogout. Tredici diari dalla rete di Alessandro Marzi e Fabrizio Ulisse (Edizioni Novecento, € 14.50).

 

Il Diario porta la firma di una blogger molto nota tra gli addetti ai lavori soprattutto per l’alta qualità letteraria della sua scrittura, e si sviluppa su due piani di lettura curiosi, divertiti e vivaci da leggere:  l’indagine profonda del mondo dei blog con l'intreccio di storie personali, cosa che costituisce la vera essenza del mondo dei blog, e una storia d’amore nell’era di Internet. Piani che s’incrociano di continuo in tutte le 135 pagine del libro.

Nel mondo dei blog il libro è stato accolto in modo altrettanto duplice. I non estimatori l’hanno tacciato di essere un testo pieno di confusione che ne rovina la trama, peraltro annunciata dall’autrice stessa nella presentazione del suo lavoro (“Questo libro racconta una storia d’amore”): una storia di sentimenti mescolata ad un saggio sui blog e sui risvolti psicologici e sociali di questo fenomeno di scrittura in rete. Un percorso appunto considerato “confuso” che si arena senza che la sostanza degli intenti ne venga mai veramente in superficie. Anzi, o peggio, una storia costruita ad arte per far da sfondo alle dissertazioni dell’autrice sulla sua esperienza di blogger. Ogni passo è raccontato nei più minuscoli dettagli, cosa che l’è valsa una seconda critica di eccessiva pedanteria e inconsistenza.

Tra gli estimatori invece, il libro non è stato affatto considerato banale, ma con una trama dal ritmo e dal senso unitario ben definito. Nonché un’operazione editoriale di rara astuzia: indirizzata ad un target ben definito e in voga, di cui ormai parlano tutti i giornali e che ne hanno perfino adottato il nuovo metodo di comunicazione (vedasi i numerosi blog dei giornalisti di Repubblica sulla homepage del giornale), ben costruita anche la copertina, e buona la scrittura che risulta agile, immediata e scorrevole. Il romanzo, alla fine, risulta un bell'intreccio d’impatto scritto in forma diaristica che s’immerge nel mondo dei blog perché non è altro che il libro stesso ad essere un blog in forma cartacea. L’autrice racconta di nomi e indirizzi citando i blogger con cui lei stessa è in contatto, e imbastisce in fondo una trama che la immerge in ciò che è un blog in realtà completamente e visibilmente (vista anche la scansione temporale di ogni “post” scritto nel libro). Questa la linea da seguire per leggerlo senza riscontrare alcun tipo di forzatura o di stonature fra le due apparentemente inconciliabili sezioni criticate da chi ha cestinato il libro come solo un'abile mossa editoriale. In una recensione di Stefano Porro per il sito BlogOltre, infine, è stato scritto che la Mazzuccato “coglie gli aspetti più emotivi dei blog e dei loro autori, mostrando un lato forse sottovalutato. E in questo senso il Diario è femminile come connotazione, ma lo è anche e soprattutto come impostazione, volta senza ripensamenti a suscitare ed a raccontare emozioni, buone e cattive (…) e può essere una base di partenza, perché no?, per un Diario più completo, e complesso, sull'emozionalità dei blog.” Varrebbe la pena scoprire a quali due opposte fazioni aderire, a questo punto.

Blogout, ben 320 pagine dalla simpatica copertina creata da Elisabetta Grimani curate da due dei piu' anziani blogger italiani, Alessandro Marzi e Fabrizio Ulisse e i cui ricavati dai diritti della vendita saranno interamente devoluti ad Emergencyraccoglie invece i post direttamente selezionati da tredici blogger storici italiani: Rillo, Vx, Leonardo, Wile, Polaroid, Acidofolico, Antonio, Elo (ovvero Eloisa ovvero La Pizia citata da Cigale), Fred, Simone, Gat, Arkangel, e Fabrizio Ulisse stesso con lo pseudonimo di Biccio.

Il libro è tuttaltro che un semplice volume sull’analisi del complesso fenomeno dei blog e piuttosto un tentativo di studiare l'effetto dato dalla trasmigrazione di una nuova forma di scrittura verso un'altra come appunto quella dal web alla carta stampata.
Il libro, in sintesi, è ciò che
è esclusivamente e semplicemente un blog: un insieme di post, e quindi di semplici diari. “Dietro i nick, dietro i soprannomi fantasiosi, le persone: non si parla di blog ma i blog parlano, ecco la possibile differenza. Autori, con gli strumenti del nostro tempo, come costruttori di significati”, scrive Marzi. "Un blog ha sempre un inizio casuale, ma mai un finale naturale. E' immortale, o viene ucciso se svaniscono le condizioni che lo hanno battezzato. Questo rende il blog un modo diverso di raccontare: il suo essere cosi' simile alla vita stessa nel suo essere privo di deus-ex-machina al contrario di una sceneggiatura, o di un racconto, persino di un articolo di giornale; parole in cerca di autore, gettate li' a prender forma e a dar forma di rimando a noi stessi, come in quelle splendide immagini di volti costruiti con milioni di fotografie disposte una accanto all'altra. Portare queste parole sul treno, sull'autobus, in poltrona, renderle indipendenti dalla connessione ad Internet, vuol dire riportarle la' dove sono nate, sottraendole al perverso destino ell'inevitabile oblio nel cosmo digitale. Fra 50 anni questo libro sara' ancora qui. Potreste dire lo stesso dei vostri floppy smagnetizzati?".

"I blog", ricorda infine Biccio, “sono come i fuochi di segnalazione che si usavano anticamente dalla cima delle collline per diffondere le notizie di paese in paese, disse una volta il software designer Jorn Barger per spiegare il funzionamento di quei siti da lui stesso definiti nel 1997 web logs. Ora sono divenuti un codice condiviso, tanto rigido e semplice nell’impostazione, quanto flessibile ed elastico nella sua interpretazione; nessuno li ha inventati, ma moltissimi li hanno raffinati e chiunque può ancora farlo. E’ un approccio immediato e diretto alla comunicazione, e soprattutto fa circolare idee e pensieri più rapidamente di qualunque altro mezzo. Non era forse per questo che fu inventato il web?”.

Sottoscrivo.

 

Un estratto dal primo:

 

Questo sono i blog. Angoli disgustosi o meravigliosi mondi inverosimili dove il pensiero trova strade impreviste, riflette, si allarga, si distoglie, si allontana verso orizzonti impensati e impensabili. (…) La rete democratica e a disposizione, basta allungare una mano. (…) La dimensione a lungo sognata dove esprimere la propria personalità, dove ottenere visibilità e confronto con altri. Conoscere senza conoscere veramente, entrare in contatto evitando il vero contatto con persone dai desideri simili, con gli stessi gusti (…). Ritagli, tracce, confidenze. Tasselli personali e professionali che compongono strani agglomerati. Scorie espulse senza filtro, satira, gossip. Voyeurismo, confidenze visionarie a un audience senza volto (non esiste blog, come non esiste scritto, che possa fare a meno dei lettori), vomiti e vaneggiamenti, interessanti informazioni, tutto. Un tutto contraddittorio, attraente, insidioso, offerto a un universo conosciuto (?) attraverso piccoli contatti, timidi avvicinamenti, provocazioni, una riga aggiunta con rabbia o con leziosa attenzione, una rapida lettura, un passaggio incuriosito, un indugiare furioso, un clic. 
E una schiuma. E salita dalle acque di internet, dai fondali profondi. Densa, incontenibile, porosa. E l'onda dei weblog, dei diari dimenticati aperti. 

 

…e un paio dal secondo:

 

Il blog è servito, serve sempre, come un diario.
Ci puoi scrivere e non scrivere.
Sai di essere letto, è come dimenticare il lucchetto aperto, il diario sul letto.
Sai chi passerà, e chi leggerà. Lo speri, forse.
O lo temi. [ rillo ]


…E ieri sera, correndo lungo i 250mt di terreno scollinato, pestando l'erba tagliata e già secca, cercando di recuperare uno dei miei gatti prima che finisse tra le lame di un gigantesco trattore, mi sentivo come in una di quelle scene riprese da un elicottero, in cui una figura minuscola corre lungo distese di neve, o campi di grano, o spiagge immense. Piccolo, inadeguato, disperatamente incapace di poter controllare tanta vastità di natura. E allora mentre correvo pensavo a quanto stupidi e tracotanti siamo, nel credere di poter controllare il mondo abituati al nostro 17 pollici a 1024 x 768. Seduti, con le spalle coperte, rischiando cosa di noi stessi? Gettarsi nel vuoto, senza pensare, senza rete, istintivamente. Inutile prendersi in giro, inutile usare macchine da guerra per fornirci armi o braccia che non abbiamo, o abilità di cui non disponiamo. E stupido, e tanto, non sporcarsi le mani per paura di scoprire che non ce la possiamo fare. Si, spegnere il computer, e così, nudi, nel silenzio del battito della natura, del cuore e della sottile vibrazione del nostro sistema nervoso centrale, vivere. Davvero…. [ biccio ]










scritto da 319 | 15:13 | commenti (5) Torna sopra

categoria: bloggerscrittori
 
  

  Nel marzo scorso ho partecipato a un convegno a Belluno (VI) sul tema Scrivere da grandi, tenuto da scrittori come Mozzi, Covacich, Avoledo.  In quell’occasione ho avuto modo di ascoltare un intervento di Eloisa di Rocco (Blog: la scrittura a puntate sul web). Dopo una laurea in Lettere La Di Rocco si è dedicata alla grafica pubblicitaria e al Web, collaborando come designer freelance con diverse società italiane e americane. E’ stata una delle prime blogger in Italia. E’ meglio conosciuta come La Pizia e dopo aver aperto il suo blog, www.lapizia.net la sua vita non è stata più la stessa. Ha infatti conosciuto di persona più della metà dei suoi amici bloggers. Lei stessa ha confidato all’uditorio che il suo blog festeggiava i tre anni di vita proprio in quel periodo e ha cercato di tracciare un suo personale bilancio che fosse utile alla riflessione. La storia del suo blog ha attraversato diverse fasi. Su sua stessa ammissione gli inizi sono stati piuttosto facili. Era oltreoceano e il blog diventava un ponte da gettare verso casa. Una volta tornata in Italia ha voluto proseguire l’esperienza – c’erano allora qualche centinaia di blog nella rete – e questa fase ha coinciso con alcuni fatti importanti della sua vita.

  Aveva molto materiale di cui parlare ma i temi la toccavano così da vicino che ha cominciato ad adottare dei filtri. “Più le cose si facevano personali maggiore era il mio mascheramento. La scrittura si staccava sempre più da me, da una forma fresca e spontanea, per farsi solido segno.” Negli ultimi tempi sostiene di essere passata da una forma colloquiale, molto vicina al diario, a uno stile più narrativo. Lo spostamento dell’obiettivo è cambiato da sé al mondo esterno.

  Sono seguiti alcuni aneddoti più o meno interessanti. Nel rileggerli, i suoi post, - anche quelli che non ha pubblicato e negli anni ha salvato in una directory personale del suo pc -, le hanno restituito un’immagine di sé nella quale non si ritrovava.“E ho scoperto che nonostante le fasi attraversate, col blog, non ho fatto altro che guardarmi la punta del naso.”

  Congegnare un testo con l’obiettivo di pubblicarlo e cimentarsi periodicamente con i post per il blog sono modalità molto difformi tra loro. Diverso è anche l’habitus mentale col quale ci si dispone a questo genere di scritture. Per quanto riguarda il blog la Di Rocco vede incentrata la sua scrittura sull’affermazione della propria identità e sulla ricerca di un senso. La scrittura intrattiene il lettore nella ricerca comune di questo senso. Autore e lettore si incontrano in un mondo neutro che appartiene a entrambi. Diversamente, la scrittura dell’autore di un libro stampato è un mondo che l’autore ci regala, scritto e congegnato per noi, e in questo senso carico di generoso affetto.

  Nella blogosfera l’autore ospita il suo lettore concedendogli il permesso di spiare. Il senso di disagio della Di Rocco è dovuto, parole sue, alla sensazione di un party chiuso, di un gioco segreto ed esclusivo incentrato sulla ricerca e affermazione di sé. Alcuni blog sebbene aperti a tutti restano inconfutabilmente dei monologhi allo specchio.

 Mi chiedo se ad alcuni lettori magari non vada bene così. Non è infatti necessario o consequenziale che per forza il blogger si debba evolvere nel senso della scrittura ‘narrativa’. Il blog sembra possedere queste caratteristiche, coi suoi pregi e difetti, in questo rapporto quasi voyeuristico coi suoi lettori. Mi sa tanto, perciò, che la questione rimane aperta.

Eloisa “La Pizia” Di Rocco, Mondo Blog, storie vere di gente in rete, pagg. 176, Hops Libri, Euro 11.90 www.hopslibri.com

 

scritto da cigale | 00:48 | commenti (3) Torna sopra


domenica, 13 giugno 2004

categoria: sullalettura
 

Luca Ferrieri, Il lettore a(r)mato, Millelire, 1993, e-book gratuito.

 

Capitata in questi giorni sul sito di Stampa Alternativa e aderendo alla simpatica di idea di “riverinciare” con una rinnovata edizione gratuita online quei vecchi libretti tascabili della collana Millelire, una delle prime interessanti rivoluzioni editoriali che 15 anni fa comincio a produrre centinaia di piccoli interessanti libri a basso costo, mi sono imbattuta in un libello davvero mirabilmente scritto. Un grido al lettore dalla sferzante ironia alla Psicopatologia del lettore quotidiano di Stefano Benni (postato in questa sezione dal sempre attento Alp nel mese scorso) e dalla non meno interessante e acuta eleganza del Pennac di Come un romanzo (anch’esso presente qui sul Parnaso). Il testo che intendevo digitalizzare era il Millelire in possesso di cui parlavo nel post su Emily Dickinson, la collezione di poesie dal titolo Dietro la porta. Quello che parallelamente mi sono trovata a divorare in poco più di due ore e qualcosa di lettura, è stato un altro di diversa fattezza. Il gentile e cordiale Mauro Pedretti con cui sono ora in contatto per la digitalizzazione dell'opera della Dickinson, fautore dell’iniziativa di trasformare i libretti di quella bella collana in e-book gratuiti scaricabili dal sito e autore fra l’altro proprio di uno dei Millelire degli anni ‘90, mi ha aperto il campo di osservazione sull’archivio completo dei libri già digitalizzati (Kerouac, Seneca, Vian, Bukowski, Borroughs, Garcia Lorca, Stevenson) non solo per accertarci insieme che la Dickinson non fosse stata già segnalata per cominciarne la digitalizzazione da testo in libro elettronico (e non lo è, quindi a breve provvederò a iniziare l’iter di scansione e invio per mandarlo online postandone qui il link), ma anche per mostrarmi quanti e quali testi fossero già pronti per essere gratuitamente letti e apprezzati. Fra tutti, il mio occhio è caduto su quella buffa copertina gialla raffigurante con pochi semplici tratti un ipotetico lettore armato di bastoni.

Luca Ferrieri, oggi direttore della ricca e ben organizzata Biblioteca Civica di Cologno Monzese e, fra l’altro, fautore della campagna di protesta contro le biblioteche a pagamento, “Non pago di leggere”, (ben diffusa da Stepa in un precedente post di questa sezione), collabora con riviste, associazioni culturali, gruppi di bibliotecari e lettori con immensa vivacità di idee, promuovendo la lettura in scuole e biblioteche. Questo suo piccolo libro, pubblicato da Stampa Alternativa col sottotitolo “Vademecum di autodifesa”, si presenta da sé con brevi e semplici incisive parole:

 

Il lettore di oggi è disarmato, smarrito in libreria tra banchi sgargianti di copertine e vuoti di idee, frastornato dal bombardamento multimediale e dalla giostra del best-seller. Colpito nel portafoglio e nella dignità. Questo libello è un grido al lettore perché sappia difendersi e armarsi (di intelligenza e di radicalità). Una dichiarazione d’amore alla lettura e ai suoi adepti. E anche un avviso di garanzia.

 

Scritte con ritmo e immediatezza, le pagine mostrano fin dalle prime battute una competenza farcita di citazioni di classe e indovinate (fra tutte, quella esilarante di Elias Canetti tratta da Il cuore segreto dell’orologio: "I libri che recensiva li leggeva solo in seguito. Così sapeva già quello che ne pensava").

In poco più di 25 brevissimi capitoli che occupano una sessantina di piccole pagine, si ha un panorama veritiero e dettagliato sul mondo dell’editoria e della lettura, sulle strane manovre decisionali che stanno a monte del lancio di un best-seller, su come difendersi dalle abili mosse commerciali per insegnare al lettore come distinguere pagine brillanti da pagine più simile a un fondo di bottiglia, su come rivendicare i più basilari diritti del leggere, e sul profilo del lettore in sé: disturbato perché è pronto il pranzo mentre è rapito da una lettura, confuso e spaesato sul luogo idoneo da scegliere per leggere un libro, arrabbiato e disobbediente per la lettura arida e forzata dal tono secco dell’insegnante sui banchi di scuola, smarrito e deluso per l’esoso costo del volume o per la difficoltà di reperimento presso una biblioteca. Per chi è un lettore appassionato o uno scrittore agli albori o un lettore casuale e basta, queste pagine faranno sorridere e pensare. La divertente e incisiva postfazione di Goffredo Fofi, una delle personalità più attive e combattive della cultura italiana, è a mio avviso davvero un libro nel libro:

 

Sono anch’io un lettore, della sottospecie più disordinata e vorace ma anche più esigente. (…) Ma individuo il vero lettore fratello da una sola spia: è quello che con la stessa mia foga consiglia un libro che ha “scoperto”, di cui si è innamorato, e con la stessa foga – magari non esagerando come io sono portato talvolta a fare – sconsiglia un libro che non gli è piaciuto, e con tanta maggiore passione quanto maggiore è il successo del libro presso i lettori comuni o la critica.

 

Il libretto, distribuito gratuitamente in rete perché ormai fuori catalogo e difficile da trovare in commercio, può essere letto direttamente dall’archivio di Millelire o in formato html dal sito Liber Liber. Per chi desidera come me conservarlo nella propria biblioteca di E-books nel formato *.lit di Microsoft Reader, basta cliccare qui.

 

Una frase:

Non potremo mai cambiare la realtà se non (la) sappiamo leggere.

scritto da 319 | 23:33 | commenti (2) Torna sopra

categoria:
 

AVVISO

Per motivi di ristrutturazione e rielaborazione delle modalità di utilizzo del multiblog, preghiamo tutti coloro che leggono questo avviso di non scrivere più nulla sui blog "sezioni", ma solo sulla pagina principale del parnaso, usando l'accortezza di spuntare la categoria scegliendola tra quelle che appaiono alla destra entrando in modalità editor.

Grazie

scritto da LaSirenetta | 13:10 | commenti (1) Torna sopra

categoria: sconsiglidilettura
 

IL GIOCO DI ALESSANDRA, LA FURBA

Alessandra C. "Skill", Einaudi. A parte la moda di presentarsi con il nome completo e soltanto l'iniziale del cognome (per far immaginare chissài quale autore dietro quel quasi pseudonimo, in questo caso è semplicemente Alessandra Contin, esordiente); a parte questo, dispiace che Einaudi, l'editore che ho sempre amato, si lasci andare e finisca nel pantano pubblicando libri come "Skill". Va bene, Einaudi non è più Einaudi - è finito nell'orbita dell'onnipotente e commerciale Mondadori, ma un minimo di dignità, insomma non guasterebbe. "Skill"? Prendete un giovane di buona famiglia, un pedofilo dichiarato, e il mondo dei videogame, e il gioco è fatto, letteralmente. Nelle 190 pagine si possono incontrare frasi come queste: "Il Gioco è come una droga che agisce lentamente, entra in una parte del cervellino e inizia a tarlarla". Ne avrete lette mille, di frasi come questa, in giornali, libri. L'avrete sentita dire chissà quante volte. E saprete anche che questo tipo di gioco-fissazione porta diritto dallo psichiatra. Non vi aspettate altro, niente di nuovo. In altre parole, non vi aspettate: una storia ben congegnata sul fenomeno dei videogame e dei suoi pericoli, soprattutto per i ragazzi.

scritto da Padule | 15:12 | commenti Torna in plancia
scritto da LaSirenetta | 12:04 | commenti Torna sopra


sabato, 12 giugno 2004

categoria: libricheholetto
 

Jonathan Lethem

AMNESIA MOON

Minimum Fax, 2003

pp. 256

€ 13,00

Jonathan Lethem (New York, 1964) appartiene a quella nuova generazione di scrittori americani dotata di un talento innovatore veramente unico, almeno per chi scrive. E’ Autore di cinque romanzi, di cui Amnesia Moon è il secondo, nonché di raccolte di racconti, tra cui segnaliamo l’imprescindibile “L’inferno comincia nel giardino” (Minimum Fax, 2001). L’aspetto più innovativo dell’écriture di Lethem è che non è possibile catalogarla in nessun “genere” letterario particolare: di qualsiasi cosa egli scriva, il “soggetto” diventa solo un pretesto per l’”invenzione”, invenzione si potrebbe dire, allo stato puro, oppure ricerca dell’inventio in quanto tale. Infatti si potrebbe liquidare molto facilmente la sua poetica come “surrealismo”, dal momento che Lethem è tranquillamente capace di far dialogare un gangster di Boston con una pecora mutante, vestita in doppio petto grigio, il tutto disciolto nei fumi di una periferia metallica e sgangherata, nonché proiettato in un futuro di cui non sono chiari i contorni temporali. Non si tratta di fantascienza, di horror, di mistery, bensì Lethem si colloca sempre in una sorta di scarto stilistico sui generis che lo individua come unicum, sia nell’intreccio che nello stile di scrittura. Il romanzo che segnaliamo, ad esempio è la storia di un viaggio alla ricerca delle origini, da parte di un personaggio, Caos, che ha perduto la memoria di sé. Certo, è il tema del “viaggio interiore”, dell’”on the road”,ma questo archetipo si frantuma subito in mille direzioni diffusive e bizzarre, autodemistificandosi nel momento in cui ti si propone: basti dire che Caos inizia il suo viaggio, in automobile, naturalmente, accompagnato da un Virgilio insolitissimo, cioè una ragazza tredicenne, Melinda, “vestita di stracci e coperta da capo a piedi di una delicata peluria setosa” (Pag. 20). Ma Caos/Lethem possiede un’altra peculiarità che proietta fin da subito l’architettura del romanzo in un altrove continuamente cangiante: egli è in grado di modificare la realtà, attraverso i suoi sogni, ai quali tutti i personaggi che incontrerà sulla sua strada ricorreranno, quasi misticamente. Come se tutti, enigmaticamente lo conoscessero da sempre, pur nel momento in cui lo incontrano per la prima volta.

scritto da a.moroni | 18:28 | commenti (1) Torna sopra

categoria: libricheholetto
 

(Tento di offrirvi un assemblaggio di tutte

le mie recensioni delle opere di M.Cunningham)

Le ore di Michael Cunningham, Bompiani

SOTTILI GEOMETRIE DI VITE PERICOLOSE

NELLO SPECCHIO DELLA LETTERATURA


Correrete un forte rischio, leggendo Le ore di Michael Cunningham che la Bompiani ha portato in Italia nella splendida traduzione di Ivan Cotroneo. Il delizioso pericolo sarà quello di comportarvi come Madame Strauss che - ricevendo in anteprima da Proust i capitoli della Recherche -, scriveva, in risposta all'autore: "Mi ero ripromessa di leggere ancora un quarto d'ora, e poi ancora un quarto d'ora, ma non ho potuto staccarmi dalla pagina...". Questo succede soltanto quando ci si imbatte in un capolavoro.
Tema centrale del romanzo è quello di presentarci "vite forti e pericolose come la letteratura stessa", ovvero della letteratura specchio in cui la vita assurge al suo vero sapore, riflettendovisi dentro. A questo tema principale se ne affiancano altri non meno suggestivi: quello dell'apparente casualità per cui le vite di tre donne apparentemente slegate e vissute in epoche e territori diversi, in realtà sono legate da un fatale filo sottile (già T.Wilder nel suo grande romanzo Il ponte di Saint Louis Rey aveva trattato un tema simile, ma Cunningham vi aggiunge la marcia in più della letteratura quale collante della vicenda); quello del continuo rimpianto per le "opportunità perdute", quasi gozzaniane "rose che non colsi", comuni a tutti i personaggi.
Tre donne abitano la pagina dell'autore che attualmente vive a New York e che con questo romanzo ha vinto il Pulitzer Prize. La prima donna è la grande scrittrice Virginia Woolf, colta - prima nel '41 quando sta per porre fine alla sua sofferta esistenza, sopraffatta dai demoni della sua maniacale depressione - e poi, per magici flash back, negli anni Venti. E, a questo proposito, Cunningham chiarisce (in una sua nota sulle fonti): "Virginia Woolf, Leonard Woolf, Vanessa Bell, Nelly Boxall e altre persone realmente vissute appaiono in questo libro come personaggi di fantasia, ma ho cercato di rendere nella maniera più accurata possibile i dettagli delle loro vite come dovevano essere state un giorno del 1923 che ho inventato per loro. Mi sono basato per le informazioni su una quantità di fonti e prevalentemente su due biografie splendidamente equilibrate e ricche (e qui l'autore cita i titoli degli autorevoli testi da cui ha attinto minuziose ed indispensabili notizie ndr.)"
La seconda donna, del nostro tempo, è una affascinante editor newyorkese, colta nel momento in cui sta preparando una festa per Richard - gravemente ammalato di Aids - che è in procinto di ricevere un grande premio letterario. Clarissa Vaughan è stata ribattezzata Signora Dalloway (per assonanza con Mrs. Dalloway, il famoso romanzo della Woolf, la cui protagonista si chiamava appunto Clarissa) proprio da Richard, la persona che Clarissa aveva amato nel suo "momento più ottimista", poiché "non c'è niente mai che possa eguagliare la memoria dell'essere stati giovani insieme".
La terza figura femminile è Laura Brown, una casalinga californiana, colta nel momento in cui sta preparando una torta di compleanno per il marito; siamo negli anni Quaranta, nel periodo postbellico. Ancora Mrs. Dalloway sembra essere il tenue filo capace di cucire da lontano le vite delle tre donne, perché questo è il libro che Laura - delusa dalla quotidianità "ordinaria" della sua esistenza e sfiorata da tendenze suicide - porta con sé, quando fugge da casa per due ore. Rifugiandosi in una stanza d'albergo, "le sembra quasi di aver lasciato il suo mondo e di essere entrata nel regno del libro. Naturalmente niente potrebbe essere più lontano dalla Londra della Signora Dalloway di questa stanza d'albergo turchese, eppure lei immagina che Virginia Woolf stessa, la donna annegata, il genio, potrebbe abitare dopo la morte in un posto non dissimile da questo".
Sottili geometri trasversali costellano tutta la narrazione: la corona di rose che orna la torta di compleanno preparata dalla Signora Brown, ripresa dal cerchio di rose dentro cui giace il tordo morto che tanto impressiona la Signora Wolf e il modo di corrugare le sopracciglia dei rispettivi mariti e il verde del parco sognato da Virginia, smagliante come quello attraversato da Clarissa; solo per citare alcuni dei rimandi sottili, in questo romanzo , frutto anche di un'attenta intertestualità tra l'autore e la Woolf.
E il senso del tempo, delle Ore, appunto, che danno il titolo al romanzo: "C'è solo questo come consolazione: un'ora qui o lì, quando le nostre vite sembrano, contro ogni probabilità e aspettativa, aprirsi completamente e darci tutto quello che abbiamo immaginato, anche se tutti tranne i bambini (e forse anche loro) sanno che queste ore saranno inevitabilmente seguite da altre molto più cupe e difficili. E comunque amiamo la città, il mattino; più di ogni altra cosa speriamo di averne ancora."
Sembrerebbe una trama frazionata. Sembrerebbe poca cosa l'assonanza con Mrs. Dalloway per dare coerenza allo svolgimento dei fatti, invece la grande abilità dell'autore - divenuto woolfiano in un liquido linguaggio di continuo fluire della coscienza, capace di entrare nel "cuore dietro il cuore", proprio anche per questa sua vis retrocardiaca, non fa staccare gli occhi dalla pagina al lettore, conducendolo al clamoroso finale a sorpresa, geniale colpo d'ala di chi sa volare alto.
Rivelarlo ora, sarebbe - a dir poco - una gran vigliaccata.

M.Cunningham Le ore Bompiani Pp.169 Lire 26.000

Carne e sangue di Michael Cunningham, Bompiani

UNA SAGA FAMILIARE ALLA RICERCA DEL SOGNO AMERICANO
Cento anni di vita, una saga familiare alla ricerca del sogno americano, sono chiusi e rivelati dentro le pagine di "Carne e sangue", l'ultimo romanzo di Michael Cunningham, che Bompiani ha portato in Italia nella splendida traduzione di Ettore Capriolo. Dello stesso autore americano (nato a Los Angeles e che vive a New York), già abbiamo avuto motivo di apprezzare il best-seller "Le ore", tradotto in ventisette lingue, insignito in America del Pulitzer Prize e del Faulkner Award e da noi, in Italia, del Premio Grinzane Cavour 2000, per la sezione narrativa straniera. E non ci meravigliamo che "Carne e sangue" abbia già ottenuto in patria il Withing Writer's Award, visto il raro talento di questo scrittore.
Sebbene i due romanzi trattino temi del tutto diversi, notiamo alcune sottili analogie, tenui fili sotterranei che sottolineano l'originalità dell'autore, che lo fanno essere coerente con la sua cifra stilistica, così come nei notturni di Chopin sentiamo vibrare la stessa malinconica melodia o come nei quadri di Caravaggio riconosciamo lo stesso studio della luce. Questo - in Cunningham - a proposito, per esempio, della moglie insoddisfatta californiana del primo romanzo, che trova un riconoscibile rimando in Mary, la madre capostipite della sua seconda opera: due donne dedite a confezionare meticolosamente torte e tutte e due inclini a rifugiarsi in un albergo, allontanandosi dalla famiglia, quando entrano - seppure per differenti motivi - in un clima di difficoltà.
È presto imprigionata in una "selva di delusioni" la famiglia Stassos, nei cento anni (!935-2035) che i suoi componenti vivono sul suolo americano alla ricerca di una felicità tanto vagheggiata quanto impossibile.
La scrittura ipnotica di Cunningham ci incanta, fin dalla prima pagina, presentandoci Constantine, il capostipite di origine greca, e poi quella che diventerà la sua graziosa moglie, Mary di origine italiana. Li conosciamo ragazzi, pieni di sogni, di grandi speranze. Li vediamo crescere. Conosciamo le prime ristrettezze economiche , e poi la ricchezza faticosamente raggiunta dal protagonista che - da manovale diventa imprenditore edile - e costruisce case di pessimo gusto, tutte apparenza, ma molto apprezzate dai neo americani.
Constantine non è certo un gentleman: ruspante, violento, tradizionale all'eccesso nei gusti e nelle scelte, ambiguo nell'interessamento troppo assiduo nei confronti di Susan, l'adorata figlia. Mary è latina solo nella bruna avvenenza, visto che nel carattere ci appare ben lontana dallo stereotipo della donna italiana, così perfettina, un po' surgelata, una Grace Kelly, formato provincia, per scelte di abbigliamento, arredamento della casa e atteggiamenti esteriori. Eppure sotto tanta ingessata perfezione covano dei malesseri, dei tic irrefrenabili: Mary è cleptomane e fatica a dissimulare delle crisi d'ansia che le mozzano il respiro.
Susan sposa, giovanissima, un ragazzo un po' troppo levigato e perfetto ("diffidate sempre dai senza macchia!" - sembra raccomandarci l'autore fra le righe della sua narrazione), ha una breve avventura, un'evasione soprattutto sessuale. Le nasce Ben, l'adorato e apparentemente perfetto figlio.
Susan è l'unica dei fratelli ad avere una vita esteriormente irreprensibile, con un marito di successo e una casa lussuosa nel Connecticut. Per gli altri discendenti degli Stassos, la musica suona diversa: Bill, troppo idolatrato dalla madre e incompreso e spesso percosso dalla violenza del padre, diventa un omosessuale, si accontenta di una professione modesta, nonostante la sua prestigiosa laurea ad Harvard, proprio anche per "punire" una figura paterna così incline a stigmatizzare ogni forma di diversità.
Zoe, l'ultimogenita, colleziona molte cadute e troppi errori, pur essendo una ragazzina sensibilissima ed intelligente. Vive un po' come una hippy, assume droghe, accoglie troppi ospiti maschili nel suo letto, si ammala di aids, da una relazione con un uomo di colore che l'abbandona, le nasce Jamal, il vivace figlio mulatto. Tra le sue conoscenze, entra Cassandra, una drag-queen, un travestito che per alcuni versi ci fa ripensare ad Agrado, il transessuale del celebre film di Almodòvar ("Tutto su mia madre"). Cassandra è colta, intelligente, ironica: uno dei personaggi più simpatici del romanzo.
Più o meno tutte le figure descritte incontrano delusioni, alcune di loro (Zoe e Ben) precocissime morti. Constantine e Susan, anche il divorzio e nuovi matrimoni, ma quello che affascina in questa saga degli Stassos, non è tanto la trama (che pure è di per sé molto avvincente, così ricca di colpi di scena), ma il mondo che riesce ad evocare, il clima che l'autore sa farci respirare, in senso metaforico e reale, visto che ogni suo personaggio emana un afrore o un profumo che ce lo rende riconoscibile: è come se Constantine, o Mary e tutti i loro infelici discendenti, avessero un'aura visibile ed olfattiva che ce li fa percepire, in mirabile modo.
Cunningham è originale anche quando fa entrare ed uscire i suoi personaggi (cfr, i preparativi di Natale nella prima parte del romanzo) dalla cornice di uno specchio, o fa vedere uno spettacolo televisivo, riflesso in un bicchiere di liquore.
L'autore non è mai cieco o indifferente nei confronti del male che spesso, irrimediabilmente, le persone fanno a coloro che amano, il suo universo di destini è soltanto apparentemente libero di seguire il proprio corso, votati come sono piuttosto i personaggi, a provare struggenti gioie e salvifici dolori a cui parrebbero predestinati.
L'amore sembra comunque trionfare sul dolore, anche se tanta "carne" è stata dilaniata dai tragici eventi della vita di uomini e donne a cui ci affezioniamo in lettura, pronti a chiudere gli occhi sulle loro debolezze e devianze, così come si è dimostrato incline il loro autore.

M.Cunningham Carne e sangue Bompiani Pp.394 Lire 32.000

Dove la terra finisce di Michael Cunningham, Bompiani

PROVINCETOWN: LA CITTÀ DEGLI AMORI

“TECNICAMENTE IMPOSSIBILI
Non dovremmo mai commettere l’errore – quando incontriamo un capolavoro letterario – di aspettarci opere di pari finezza da parte della produzione seguente dell’autore; del resto nemmeno una madre partorisce, di regola, figli tutti ugualmente dotati. Con questo, non vogliamo dire che Dove la terra finisce, la nuova fatica letteraria di Michael Cunningham che la Bompiani ci propone nella splendida traduzione di Ivan Cotroneo, non meriti considerazione da parte del lettore, però, dopo il geniale e pluripremiato Le ore, (da cui è stato recentemente tratto un film di grande successo), pur passando attraverso Carne e sangue e poi alle ultime opere della sua originale penna, questo scrittore non ha più toccato il vertice della sua grandezza.
Tra il libro di viaggio, il diario strettamente personale, attinto da reali memorie, Dove la terra finisce è soprattutto l’omaggio intenso venato d’affetto di uno scrittore a Provincetown (Massachusets), la città-rifugio, la città-casa di tutti coloro che le convenzioni borghesi usano respingere.
“È la sola cittadina che conosca – scrive l’autore – dove coloro che vivono fuori dalle convenzioni sembrano superare numericamente coloro che vivono all’interno di canoni precisi come casa, matrimonio regolare, lavoro rispettabile e figli biologici. È il posto in cui persone che altrove vengono considerate reietti e paria possono diventare membri illustri della società”.
Cunningham ci fa quindi viaggiare dentro questa sua tanto amata città dove possono fiorire amori “tecnicamente impossibili”, abitata da meno di quattromila anime, situata “su di un lembo di terra all’estremità di Cape Cod”, facendoci familiarizzare con artisti, esseri sopra le righe e fuori dal consueto, soprattutto diversi dalla norma, personaggi che spesso popolano anche le pagine dei suoi romanzi, scrittura in cui proietta la sua essenza di uomo diverso.
E così ci addentriamo anche noi nella parte selvaggia di questa singolare cittadina di mare dove ci è offerta “una via di fuga dalla confusione e dal commercio” e abbiamo agio di conoscere Long Point, “la punta estrema dell’uncino di Cape Cod che languidamente si arrotola su se stesso”, e di vagare nella palude costiera, raggiungendo Herring Cove “una delle due spiagge pubbliche di Provincetown”, e veniamo a conoscere zone sabbiose piene di intatta bellezza “Ed è meraviglioso correre sulle dune di notte quando c’è luna piena”. In questo luogo magico si trova persino “una targa che commemora il posto in cui, più di cento anni fa, Marconi sedette giorno dopo giorno e notte dopo notte, convinto che avrebbe potuto comunicare non solo con i vivi degli altri continenti, ma anche con i morti”. E raggiungiamo Race Point, dove Cunningham afferma di apprezzare “in maniera speciale il piacere di una spiaggia popolata da gay”.
Via via conosciamo tratti aperti e nascosti del luogo e nello scorrere delle stagioni fatte di inverni solitari e di estati folte di trasgressivi amori, anche la vita e la morte prendono commovente forza nella scrittura sobria ed intensa dell’autore che ci fa entrare sempre più nel vivo di questa vita ciclica, dove al nugolo di vacanzieri estivi, si alterna il deserto invernale, tipico delle cittadine di mare, portandoci nel cuore di quel mondo gay che invade le spiagge d’estate, dentro il clima di amori e amicizie che accendono e spengono il vigore delle loro luci, sullo sfondo di colori mutevoli come gli stati d’animo di un’ umanità senza regole e spesso un po’ svitata.
L’autore non ci fa entrare solo nel mondo strano di artisti noti ed ignoti di questa cittadina sui generis, non ce ne fa solo apprezzare le paesistiche bellezze, ma ci introduce anche nel suo mondo più naturale, quello ittico, portandoci a spasso tra pesci e balene. “Noi che una volta le uccidevamo con la stessa violenza ed entusiasmo con cui i pionieri uccidevano i bufali delle praterie, ora paghiamo per salire sulle barche che ci portano a vederle” – scrive, con disincantata ironia, Cunningham, che dopo molte esitazioni, finisce a sua volta col capitolare, abbandonandosi alla meravigliosa esperienza.
Insomma, un’opera atipica, questo nuovo libro di Cunningham che, a metà tra la narrativa di viaggio e il romanzo finisce con l’essere un’intima confessione, vibrante di intensi sentimenti, quasi un reportage d’anima.

M.Cunningham Dove la terra finisce Bompiani Pp.166 € 13

Grazia Giordani

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scritto da Gardenia | 15:55 | commenti Torna sopra

categoria: libricheholetto
 

Grazie per l'invito, anche se ho risposto con un certo ritardo.

Allora io racconterò di un libro che non è letteratura, non è storia, non è cronaca è un po' di tutto questo. Aria sottile, si intitola. Jon Krakauer l'autore. Ha due o tre controlibri, libri scritti contro quello che lui dice, di cui uno non è male quello di Bukreev, ma Aria sottile è aria sottile.

La storia

Jon Krakauer faveva il giornalista per la più importante rivista per il tempo libero degli States, quando il suo capo gli chiese se ci voleva andare lui fino al compo base dell'Everest a raccontare di queste spedizioni commerciali alla vetta del mondo che se stai un po' bene fisicamente ti fanno andare fino in cima. Krakauer è stato un vero alpinista da giovane, e aveva in quegli anni anche snobbato l'Everest, montagna troppo facile per un grande alpinista o per chi sperava di esserlo o diventarlo. Ma quando il suo capo gli chiese così, e la parola Everest iniziò ha risuonare in lui, e l'idea dell'Everest nella sua testa, capì che gli sarebbe risultato insopportabile andare al campo base senza poterci provare ad andare in cima. E allora disse: "ci vado se  mi paghi il biglietto fino in cima". Fu così, il biglietto fu comperato. A venderlo fu  Rob Hall un neozelandese che gestiva una di queste spedizioni commerciali. Dietro promessa di pubblicità. Perchè sennò era roba da averci 100 mila dollari.

E perchè la storia è diventata famosa.

Ci morirono su in tanti quell'anno sull'Everest quell'anno che era il 1996. Ci morì il forte Scott Fischer, capo di Mountain Madness, ci morì Rob Hall, per non essersela sentita di dire a Doug Hansen, l'unica persona normale della spedizione che il biglietto glielo avevano preso anche i ragazzi del paese con una colletta, per la seconda volta in due anni: "dobbiamo tornare indietro" a 100 metri dalla cima. Morì Rob Hall, sì e prima di morire, grazie ad un dolce e terribile ponte tra radio e satellitare, potè parlare quando già sapeva di morire con la moglie incinta in Nuova Zelanda. E ne morirono altri.

Ma poi non c'è solo questo.

C'è la magia della montagna, che ti viene voglia di esserci su anche se puoi morire lì, sempre, che ti entra dentro nelle continue ascese su verso i vari campi e poi giù per permettere al tuo corpo di abituarsi. C'è il tentativo di riscotruire, in un piccolo laboratorio di storia, le ultime ore, e cosa sia accaduto alle più di 20 persone che erano sopra il campo 4 quel giorno, che doveva diventare tragico, del 10 maggio 1996. Chi fosse e con chi. E perchè. E poi c'è l'inizio del libro, che è la vetta dell'Everest che senza ossigeno non capisci neanche tanto bene solo sai che il Tibet è i tuoi piedi e con il Tibet ... il mondo. 

scritto da hladik | 01:42 | commenti (5) Torna sopra

categoria: libricheholetto
 

I briganti di Guccini

di Riccardo Cardellicchio

Non fa concerti, d’estate. Si rintana sugli Appennini, al confine tra Toscana ed Emilia Romagna, a Pàvana, chiama l’amico del cuore Loriano Macchiavelli e, con lui, diventa scrittore. Scrittore di romanzi gialli d’un certo impegno e d’un certo successo.

Francesco Guccini, oltre a essere cantautore affermato da anni, poeta, è anche un narratore che merita un posto non secondario nell’attenzione dei lettori curiosi e con qualche esigenza.

Il Guccini narratore muove i passi più importanti nel 1989, quando con Feltrinelli pubblica “Croniche Epafàniche”. Sempre con Feltrinelli, nel 1993, pubblica “Vacca d’un cane”. Nel 1994, con Giorgio Celli e Valerio Massimo Manfredi dà vita a ”Racconti d’inverno” (Mondatori). Nel 1996 e nel 1998, due libri diversi, diciamo di carattere più locale. Il primo, edito da Comix, è “La legge del bar e altre comiche”; il secondo, edito da Nuèter, è il “Vocabolario del dialetto pavanese”.

L’incontro con il bolognese Loriano Macchiavelli, creatore di Antonio Sarti, uno dei più popolari poliziotti italiani, produce “Macaronì”, pubblicato da Mondatori nel 1997. “Un disco dei Platters”, sempre Mondatori, nel 1998. Nel 2001, “Questo sangue che impasta la terra”. Poi “Lo Spirito e altri Briganti”, Mondadori. E’ l’ultimo libro – dichiarazione di Loriano Macchiavelli – con Benedetto Santovito, il maresciallo dei carabinieri che, originario del Cilento, patisce – ma non odia – il freddo dell’Appennino. Sono storie di banditi, di briganti che Santovito racconta in prima persona o ascolta interessato. Storie dei “bei tempi antichi”, intriganti, che non possono lasciare indifferente uno come Santovito. Sono storie di una terra, di una terra che Santovito vuole difendere, in qualche maniera, dal degrado, dall’abbandono. E’ la montagna, con i suoi personaggi, che Santovito non si sente – nonostante la rigidità dell’inverno - di lasciare definitivamente. E in lui viene fatto di sentire tanto Guccini, uno che ama vivere a Pàvana, che quella terra ama profondamente..

scritto da Padule | 00:05 | commenti Torna sopra


venerdì, 11 giugno 2004

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Gentile redazione tutta e in ogni sua parte amen  -  compreso quell'angolino lì in fondo che  Rosy  dimentica sempre di spolverare, ehm -

qui al Werrastetderrostet abbiamo una proposta, un'idea così che è venuta dopo la lettura del post di stazitta che sollevò gran tormento e turbamento fra le menti un gran portento  - amen

perché non inserire - non so come, i tecnici siete voi - un post in primo piano? Insomma, perché non mettere in risalto di volta in volta quei testi che più sfrigolano le idee, generano movimenti neuronali , sommuovono i diaframmi tutti ?

Non saprei,-come un ritaglio che compaia a lato a destra a sinistra, non importa, ma che "spicchi" sugli altri e rimanga fermo lì per un po' per raccogliere i commenti e le riflessioni degli altri..

L'ovvia finalità sarebbe quella di "stimolare" il confronto...ehm.

Vabbè - ci accontentiamo anche di risposte con segnali di fumo.

Danke Danke.

F.to.Werrastetderrostet

 

scritto da Lam | 18:40 | commenti (3) Torna in plancia
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scritto da alp | 18:51 | commenti Torna sopra

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breve domanda in forma di dubbio..

Con che criterio stiamo inviando le recensioni?
Probabilmente con i piu' vari: libri che ci sono piaciuti, libri particolarmente amati, autori che ci sono affini..
E tutto cio' è sicuramente un bene, trasmette un'idea di piaceri condivisi, di passioni
svelate.

Pero', pero'..forse(piccola, modesta, ripetuta proposta, gia ignorata(forse saggiamente)

Se, oltre a questi liberi criteri e intendimenti, che è giusto che permangano a discrezione assoluta dei singoli..la redazione, ogni tanto, proponesse un tema(valido per un periodo) attorno al quale raggrumare le recensioni dei libri che abbiamo letto?

Pensavo, che so, ai bambini della trilogia di k e a quelli di non ho paura..pensavo ai libri sulle biografie di pittori(la ragazza dell'orecchino di perla e lettere a theo di van gogh)pensavo a  recensioni che si incrociassero tra la frantumaglia di elena ferrante e la vita di donne poetesse o scrittrici..
insomma..far parlare i libri, le tematiche, incrociarle..far scoccare scintille da incontri imprevisti..
non so..questa non è che un pulviscolo di proposta, a voi spegnerla o darle luce..

 






scritto da alp | 18:16 | commenti (14) Torna sopra

categoria: libricheholetto
 

«Rapimento» di Susan Minot

DENTRO LE PAGINE DI UNA STORIA HARD,

SOPRATTUTTO UN ROMANZO DI SENTIMENTI

Chi avesse acquistato “Rapimento” di Susan Minot, allettato dal tema del «rapporto improprio» - quello che, a suo tempo, ha messo nei guai il presidente Clinton, certamente ne trarrebbe deluse aspettative, perché nel romanzo della giovane bostoniana, esordiente negli anni Ottanta nel gruppo dei minimalisti, collaboratrice nel 1996 con Bertolucci alla sceneggiatura del film «Io ballo da sola», vibra un’intensa storia di sentimenti, fatta di incertezze, abbandoni in un sottile gioco di distanze e riavvicinamenti, abilmente orchestrata dall’autrice.

 

... continua su libri che ho letto

scritto da Gardenia | 14:43 | commenti (1) Torna sopra


giovedì, 10 giugno 2004

categoria: citazionedaitesti
 

Da giovani le donne sono quasi tutte belle...

Poco importa che un viso sia proporzionato, che un corpo sia troppo magro o troppo pesante, c'è un momento in cui una donna è in possesso del potere della bellezza che ci è data in quanto donne. Spesso il momento è breve. A volte si presenta e noi neanche ce ne accorgiamo. Eppure ne resta traccia. Persino ora, alla mia tarda età, ne resta traccia.
[...]

(una madre parla alla propria figlia in uno straordinario racconto di John BERGER, Una volta in Europa, ed. Bollati Boringhieri).

il post integrale qui